Il 2 agosto 2024 non è solo una data estiva per l’Italia, ma un vero e proprio spartiacque per il mondo legale, specialmente in relazione all’applicazione dell’AI Act. Nonostante la sua piena entrata in vigore sia prevista per il 2026, alcuni articoli cruciali, inclusi quelli riguardanti i divieti e le previsioni sulle pratiche proibite per l’intelligenza artificiale, vedranno la luce proprio ad agosto. Questo significa che gli studi legali, grandi e piccoli, devono iniziare a ragionare seriamente sulla “governance delle nuove tecnologie” all’interno delle loro strutture. Ma cosa significa esattamente e perché è così urgente?
L’AI Act, il primo quadro normativo completo al mondo sull’intelligenza artificiale, si propone di garantire che i sistemi di AI siano sicuri, trasparenti, tracciabili, non discriminatori e rispettosi dei diritti fondamentali. Sebbene gran parte del dibattito si sia concentrato sui fornitori e sugli sviluppatori di AI, è fondamentale comprendere che le implicazioni si estendono a chiunque utilizzi o intenda utilizzare questi sistemi, inclusi gli studi legali.
L’AI Act e il suo impatto sulle operazioni quotidiane dello Studio Legale
Pensiamo all’utilizzo dell’AI nella redazione di atti, nella ricerca giurisprudenziale, nell’analisi predittiva per la gestione dei contenziosi o, più semplicemente, negli strumenti di automazione per la gestione clienti. Ogni sistema basato sull’AI, anche se utilizzato internamente per ottimizzare processi, rientra nel perimetro di attenzione dell’AI Act, soprattutto se considerato ad “alto rischio”. E la definizione di alto rischio, in ambito legale, può essere più ampia di quanto si pensi. Ad esempio, un sistema di AI che supporta decisioni giudiziarie o che incide sull’accesso alla giustizia potrebbe essere classificato come ad alto rischio, imponendo obblighi stringenti in termini di conformità, valutazione della sicurezza e monitoraggio continuo.
La scadenza di agosto, dunque, non è un campanello d’allarme per i fornitori di AI, ma un promemoria per gli studi legali: è il momento di un’autovalutazione. Bisogna identificare quali sistemi di AI sono già in uso, quali si prevede di adottare e come questi potrebbero essere classificati ai sensi del Regolamento. Questa analisi preliminare è il primo passo per costruire una governance AI interna efficace.
Un piano di governance dovrebbe includere non solo l’identificazione dei rischi, ma anche la definizione di politiche interne sull’uso dell’AI, la formazione del personale, la nomina di figure responsabili (magari un “AI Compliance Officer” o un referente interno) e l’adozione di protocolli per la valutazione dell’impatto sui diritti fondamentali e la protezione dei dati. Quest’ultimo punto è cruciale, poiché l’AI Act si interseca inevitabilmente con il GDPR, aggiungendo ulteriori livelli di complessità e responsabilità.
Ignorare questa fase preliminare potrebbe portare a sanzioni significative in futuro, ma, cosa ancora più importante, potrebbe compromettere la reputazione e l’affidabilità dello studio. In un’epoca in cui la fiducia è la moneta più preziosa, un approccio proattivo e responsabile all’AI diventa un vantaggio competitivo. Gli studi legali che dimostreranno di avere una governance solida e trasparente saranno non solo conformi alla normativa, ma anche percepiti come innovativi, etici e, soprattutto, sicuri per i propri clienti.
Il 2 agosto, quindi, non è la fine della storia, ma l’inizio di un percorso. Per gli studi legali, significa passare da una fase di “osservazione” a una di “azione”. Significa iniziare a interrogarsi sull’etica dell’AI, sulla sua imparzialità, sulla gestione degli errori e sulla responsabilità. Solo così potranno integrare l’AI non solo come un semplice strumento tecnologico, ma come un alleato fidato, capace di migliorare l’efficienza senza mai compromettere i principi fondamentali della giustizia e la fiducia dei cittadini.
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