Offendere la dignità di chi è scomparso è diffamazione
27/07/2009Un giornale italiano non aveva usato giri di parole per definire i partigiani che in via Rasella compirono un eccidio ai danni di alcuni fascisti e dei tedeschi del battaglione Bozen: "La Cassazione dà la patente di eroi ai massacratori di via Rasella". Un titolo che evidentemente non è piaciuto ai parenti dei partigiani dipinti come massacratori, al punto che la figlia di uno di loro ha deciso di denunciare il quotidiano per diffamazione. Con la sentenza 16916, la Cassazione ha dato ragione alla signora, precisando che l'affermazione del giornale ha configurato una vera e propria "lesione della dignità e dell'onore dei destinatari". Di fronte ai giudici i difensori del quotidiano hanno parlato di "un legittimo giudizio storico negativo", ma la Suprema Corte ha ribadito che "è innegabile che se già l'epiteto di massacratori ben difficilmente può essere ritenuto espressione di un più complesso giudizio storico negativo, l'ulteriore, ben più pregnante specificazione che, di quel massacro, furono destinatari i civili e dunque, i concittadini italiani del gruppo partigiano, non potendo essere ritenuti tali i militari dell'esercito nazista assume senz'altro aspetti contenutistici di vere e proprie affermazioni lesive della dignità". La dignità, insomma, sopravvive con la memoria della persona, e il reato di diffamazione è possibile anche a molti anni di distanza.
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27/04/2010 [Pubblica Amministrazione]
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